Il tema della ottava edizione del Carnevale dei libri di scienza è “un libro nel mio destino”, uno di quei libri che ci hanno fatto dire “io da grande farò…” e che hanno lasciato un segno nel nostro cammino professionale.

“La sfida della complessità” potrebbe essere un buon candidato per il carnevale, anche se è stata una mia lettura non così precoce: ero già in tesi all’Università. Però è un libro che mi ha aperto mondi concettuali sconosciuti, dato il suo carattere interdisciplinare. Me lo portavo sempre dietro! Aprivo la borsa et voilà faceva capolino – e rima – la sfida della complessità. Infatti è tutto rovinato, dalla copertina sbiadita fino alle pagine piene di sottolineature e annotazioni a matita (a volte anche a penna).
Le lezioni che questo libro mi ha lasciato sono tante e diversificate sia dal punto di vista dei contenuti, come ho già detto, sia da quello metodologico (come affrontare cioè il lavoro dello scienziato, come porsi di fronte a un problema, ecc.) sia filosofico.
Più che essere un libro vero e proprio con un capo e una fine è una raccolta di saggi, un groviglio di interventi su un campo della scienza che si occupa di sistemi complessi. La lettura quindi può essere affrontata a partire da un capitolo qualsiasi, l’approccio è “in parallelo” e non “in serie”, anche se una introduzione iniziale fa da sommario per tutti gli interventi, in modo da creare una mappa per il lettore. I curatori Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti infatti scrivono «Questo libro richiederebbe forse non una ma molte presentazioni, visto che molteplici sono stati i modi, i problemi, le preoccupazioni, gli scopi che ci hanno portato a costruirlo, e visto che molti sono i modi in cui, ora che è pronto, si presenta da sé. Molti e differenti sono gli stili che concorrono, talvolta anche contrastandosi, a definire la sua identità, identità per altro in divenire, divisa, più disposta – speriamo – a non perdersi e a ridefinirsi nei problemi, nei dubbi, e nei bisogni di ogni lettore, che a difendersi (e a difenderci) come risposta, come filosofia sistemata.
Del resto è proprio il tema che annoda sottilmente i molteplici fili conduttori e le diverse vie di accesso a questo libro che non può essere definito in modo sistematico e univoco. Non ci si può accostare alla complessità – ci ricorda Edgar Morin all’inizio del suo testo – attraverso una definizione preliminare. Dobbiamo seguire percorsi differenti. Non c’è una complessità ma delle complessità: non c’è una via d’accesso privilegiata alla complessità, ma piuttosto molteplici vie della complessità».
Mi piace il titolo perché la sfida si può vincere come perdere, è uno slancio verso l’ignoto, è un’esplorazione, in accordo con quello spirito di avventura tipico di chi ama la scienza e la costruisce. Mi piace la ricchezza dei temi trattati, degli approcci diversi perché lo rende un testo vivo, un “testo di testi” che sia Borges sia Italo Calvino avrebbero amato (Calvino è morto nel 1985, lo stesso anno di pubblicazione del libro…). Mi piace perché ha immagini, schemi esplicativi e poi perché ha alla fine le biografie di tutti gli autori in modo da avere un’idea di chi scrive, e per uno studente è importante anche perché può informarsi sui centri di ricerca esistenti al mondo che si occupano della complessità.
Il primo saggio che ho letto è molto probabilmente quello di Francisco Varela a pagina 141 intitolato “Complessità del cervello e autonomia del vivente” perché la mia specializzazione e passione è Biofisica ma anche perché a pagina 147 c’è una favolosa immagine di un automa cellulare (l’argomento della mia tesi di laurea)! Ma un automa particolare e cioè un automa chiuso ad anello. Per parlare dell’articolo di Varela ci vorrebbe un altro post. L’unica cosa che posso fare è consigliarne la lettura. Inizia parlando di cibernetica per entrare nel cuore concettuale dei sistemi complessi, delle reti dei sistemi interconnessi, con la “chiusura operazionale” dove “le conseguenze delle operazioni del sistema sono le operazioni del sistema, in una situazione di completo autoriferimento”; con la nozione di “creazione di senso” che emerge dall’operato del sistema stesso. Varela, a proposito del suo approccio filosofico della relazione fra osservatore e mondo, fra oggetto e soggetto, sulla natura della conoscenza, scrive: «La causa che io difendo è quella di una via di mezzo che non si spinga né all’estremo della Scilla di un oggettivismo che richiede un mondo prestabilito di qualità da rappresentarsi, né all’estremo della Cariddi di un solipsismo che nega completamente le relazioni con il mondo. Dobbiamo comportarci come abili navigatori che trovano una rotta diretta proprio nel mezzo, dove si incontra la co-emergenza delle unità autonome e dei loro mondi. […] Non è questione di opposizione o di guerra fra il sistema e il suo mondo, né di vedere chi ne esce vincitore. Dal punto di vista dell’autonomia e della produzione di un mondo, il mondo e il sistema nascono nel medesimo tempo». Come non pensare al racconto “Il mondo guarda il mondo” di Palomar di Italo Calvino? Infine Varela aggiunge «Questo approccio basato sulla via di mezzo è un approccio di tipo molto pratico. Entra direttamente nel laboratorio, per suggerire nuovi progetti sperimentali e per delineare un programma di ricerca per i manufatti artificiali. Si dovrebbe però osservare che questo paradigma, dal momento che ci fornisce una conoscenza completamente differente riguardo alla natura della conoscenza e riguardo al modo in cui comprendere i sistemi complessi, possiede anche moltissime implicazioni sociali ed etiche. Ci dice in particolare che il nostro mondo e le nostre azioni sono letteralmente inseparabili, per cui dobbiamo rinunciare alla ricerca di un solido punto di riferimento, sia esso situato all’esterno o al l’interno. […] Credo fermamente che il tipo di orientamento epistemologico e scientifico qui proposto possa svolgere un ruolo positivo per mitigare le varie forme di dogmatismo che infestano ovunque il nostro mondo, e che con tutta plausibilità ci possono condurre alla distruzione reciproca». Bè, effettivamente è una lettura ideale e formativa che “lascia il segno” in una laureanda in fisica, no?
Oltre al testo di Varela, hanno avuto grande influenza sulla mia formazione culturale anche i saggi “Cibernetica ed epistemologia: storia e prospettive” di Heinz von Foerster, “Complessità, disordine e autocreazione di significato” di Henri Atlan, “L’approccio della sinergetica al problema dei sistemi complessi” di Hermann Haken (la mia tesi di laurea era su un laser…) che ho riletto molte volte. Ma anche tutti gli altri autori hanno lasciato un segno, da Edgar Morin, Ilya Prigogine, Stephen J, Gould o Douglas R. Hofstadter, ecc. Un segno che è sfociato in ulteriori letture e meditazioni.
Ultima ma non meno importante riflessione è che anche per il mio attuale lavoro l’approccio sistemico è una chiave per affrontare al meglio la quotidianità e la progettualità: la scuola infatti è un sistema complesso che auto-crea cultura e mondi tramite reti relazionali che variano in continuazione. Non sono certo io a dirlo ma gli autori di “Viaggio nella complessità”, Alberto F. De Toni e Luca Comello.
Link
- Francisco Varela è purtroppo scomparso prematuramente nel 2001. Ho scritto in quell’occasione un articolo per la rivista on line erewhon a questo indirizzo.
- Il premio Lagrange e la sfida della complessità della fondazione Crt (Cultura, Arte e Istruzione).
- Un’introduzione alla complessità sul sito del ComplexLab che dal 2005 è “il più visibile e autorevole ambiente di lavoro collaborativi italiano sui temi della complessità”.
- Infine anche il libro “Goedel, Escher e Bach” di Hofstadter è stato un testo molto importante per la mia formazione. Ho una presentazione/recensione realizzata con Prezi a questo indirizzo.