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Ricercatrici italiane

11 Giu. 2012 | categoria Fluidi, astrofisica, donne e scienza, libri | Leggi tutto | Nessun commento

Anna Mazzucato ha ricevuto il premio Ruth I. Michler Memorial Prize per l’anno 2011/2012 assegnato dalla Association for Woman in Mathematics (Awm) e dalla Cornell University per il suo lavoro nel campo delle equazioni differenziali non lineari. Laureata in Matematica e specializzata in Fisica Matematica a Milano, Anna Mazzucato dal 1994 lavora negli Stati Uniti ed è associate professor presso la Pennsylvania State University. Su Galileo si legge: «grazie a questa borsa di studio Anna Mazzucato approfondirà l’analisi delle soluzioni deboli delle equazioni di Navier-Stokes e di Eulero, i problemi connessi al trasporto con campi vettoriali irregolari e l’analisi dei problemi al contorno per sistemi ellittici nei domini singolari con l’applicazione del metodo degli elementi finiti». Le equazioni di Navier Stokes sono equazioni alle derivate parziali che hanno applicazione in fluidodinamica e che descrivono il comportamento di un fluido reale. Per avere un’idea della “matematica in gioco” vi consiglio la pagina di Fluidodinamica teorica, mentre sul sito matematicamente potete leggere un articolo divulgativo di Flavio Civolin sull’argomento.

Le ricercatrici italiane sono state premiate anche da “L’Oréal Italia Per le Donne e la Scienza” che ha assegnato cinque premi rispettivamente a Maria Giovanna Dainotti astrofisica, Elena Fortunati ingegnere, Federica Franciosi medico veterinario, Valeria Manera psicologa e a Monica Scognamiglio, biologa. In particolare, Maria Giovanna Dainotti è stata premiata per la sua ricerca nel campo dei gamma ray burst e Elena Fortunati per il suo lavoro sui biomateriali di dimensioni nanometriche. In questo blog potete trovare una breve nota sui gamma ray burst (esplosioni di raggi gamma che arrivano dallo spazio) e sul satellite Swift che ha fornito i dati analizzati dalla Dainotti: è in inglese, per rimanere in allenamento… Ben fatta e sintetica è anche la pagina didattica dell’Università di Berkeley “Gamma-Ray Bursts”.

Come lettura estiva segnalo il libro “Donne naturalmente” di Giuseppe Armocida, professore ordinario di Storia della Medicina nell’Università dell’Insubria di Varese. È un saggio molto interessante sulle spiegazioni fisiologiche della differenza fra uomo e donna che la medicina del XIX secolo cercava di delineare per affermare la “naturale inferiorità” femminile! Conoscere il passato per non ripetere gli stessi errori, si potrebbe commentare: lettura molto edificante.

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Il passaggio di Venere

1 Giu. 2012 | categoria Astronomia, Didattica, Sistema Internazionale di misura, Terra, Trigonometria, cartografia, libri, pianeti, storia della scienza | Leggi tutto | Nessun commento

È partito il conto alla rovescia: nella notte fra il 5 e il 6 giugno sarà possibile osservare il passaggio del pianeta Venere sul Sole. In Italia purtroppo si potrà vedere solo l’egresso, cioè il momento di uscita dal disco solare e sarà di mattina presto (attenzione a non fissare mai il sole direttamente, ma munirsi di filtri protettivi). L’evento è molto raro, in tutto il 1900 non si è mai presentato e noi abbiamo avuto la fortuna di vederlo anche nel 2004. Il prossimo passaggio sarà nel 2117. La prima osservazione da parte di un astronomo risale solo al 1639.

Ho letto un libro proprio appassionante sull’argomento, che si intitola “Il passaggio di Venere” della scrittrice Andrea Wulf (Ponte alle Grazie, 2012), che racconta le osservazioni dei due passaggi avvenuti nel 1761 e 1769. Vi starete chiedendo che ci possa essere di appassionante in un puntino nero che attraversa il sole (e in effetti questo era anche il parere del botanico Joseph Banks che a Tahiti, quando Cook cercava di misurare il passaggio, continuò invece a raccogliere piante!) e soprattutto perché abbia interessato tanto gli scienziati. Il motivo è importantissimo invece, perché fu proprio grazie alle osservazioni del ‘700 che finalmente gli esseri umani poterono misurare la distanza terra-sole. Prima di allora nessuno aveva idea delle sue dimensioni, si erano fatte delle stime, ma nessuna conferma sperimentale attendibile. Insomma, grazie al passaggio di Venere finalmente l’umanità avrebbe avuto una misura delle dimensioni del sistema solare (in quanto le distanze degli altri pianeti dal sole erano già state calcolate tutte rispetto alla distanza terra sole presa come unità di misura, l’unità astronomica UA, appunto). Fantastico, no? Che responsabilità sulle spalle degli astronomi di quel secolo! E che sogni di gloria per ognuno di loro!! Venere era la «chiave per svelare quel segreto».
L’autrice sostiene inoltre che il passaggio di Venere fu l’occasione per la nascita di una comunità scientifica internazionale, al di là delle divisioni politiche fra i Paesi, perché il successo della misurazione della distanza terra-sole dipendeva dal confronto fra misure e osservazioni che dovevano essere prese in luoghi molto distanti su tutto il nostro pianeta.
È veramente molto romantico sapere che il tutto partì dall’idea e dalla passione di un unico uomo e cioè Edmond Halley che molti anni prima, nel 1716, pubblicò un saggio con la sua teoria e con un appello agli scienziati futuri che non si lasciassero sfuggire questa grande occasione. «Halley stava chiedendo ai suoi futuri discepoli di imbarcarsi in un progetto più grande e più visionario di qualunque impresa scientifica mai compiuta sino ad allora. I viaggi irti di pericoli verso remoti avamposti avrebbero richiesto molti mesi, o forse persino anni. Gli astronomi avrebbero rischiato la vita per un evento celeste che sarebbe durato solo sei ore e che sarebbe stato visibile solo se le condizioni metereologiche fossero state favorevoli». […] «Le osservazioni del transito di Venere dovevano essere il più ambizioso progetto scientifico che fosse mai stato programmato: un’impresa straordinaria. […] Anche il loro proposito di calcolare le distanze esatte nello spazio era un’idea ardita, considerando che gli orologi non erano ancora abbastanza accurati da misurare con precisione la longitudine, né esisteva un’unità di misura uniforme: un miglio inglese aveva una lunghezza diversa rispetto al miglio dei paesi di lingua tedesca, che a sua volta variava tra la Germania del Nord e l’Austria. Un mil in Svezia corrispondeva a più di dieci chilometri, in Norvegia a più di undici, mentre una lega francese poteva essere pari a tre chilometri, così come a quattro chilometri e mezzo. Nella sola Francia esistevano duemila diverse unità di misura, che variavano persino tra villaggi vicini. Tenendo conto di tutto ciò, l’idea di fondere centinai di osservazioni effettuate dagli astronomi di tutto il mondo per trovare un valore comune sembrava incredibilmente ambiziosa».
Le avventure narrate dalla Wulf sono degne di un romanzo di Stevenson, fra battaglie su vascelli nemici e spedizioni al Circolo Polare Artico o nei mari del Sud. Ogni pagina lascia nella memoria lo stupore verso la forza e la caparbietà di quegli scienziati che dovettero prima convincere i propri connazionali a finanziare il loro progetto e poi affrontare difficoltà tremende per realizzare il loro sogno e anche purtroppo per vederselo infrangere per colpa di una nuvola o di un banco di fumo causato dai contadini che proprio nel momento del passaggio di Venere avevano deciso di bruciare l’erba!! C’è chi appena Venere apparve fu preso da tremore e cadde a terra svenuto e chi invece rischiò la vita pur di osservarla e chi purtroppo la perse nell’impresa, morendo di tifo poco dopo, per esempio, perché pur sapendo dell’epidemia aveva preferito contrarre l’infezione piuttosto che andarsene e non poter effettuare le osservazioni. Si rimane con il fiato sospeso, ogni spedizione fu una vera e propria odissea. C’è chi «rimpiangeva di aver fatto l’astronomo», chi «si risvegliava ogni mattina con le lenzuola indurite dal gelo e le assi a capo del letto coperte da uno strato di ghiaccio spesso quasi la metà di esse […] mentre il bicchiere di brandy ghiacciava in pochi minuti, l’orologio si fermava a causa delle temperature rigide», chi all’equatore a causa dell’aria carica di umidità vedeva che «i libri rilegati in pelle si ricoprivano di una patina di muffa bianca, i rasoi divennero inutilizzabili e i coltelli arrugginivano in tasca ai marinai».
«Mai prima di allora scienziati e pensatori si erano alleati su scala mondiale» scrive Andrea Wulf «né la guerra, né gli interessi nazionali o le condizioni avverse riuscirono a fermarli. La forza del loro impegno non aveva pari e i legami internazionali che creò restarono saldi anche quando i transiti si erano conclusi da tempo».
Il libro è accompagnato da tante illustrazioni e disegni dell’epoca che lo rendono ancora più gradevole.

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Per informazioni sul passaggio di quest’anno c’è un articolo sul notiziario dell’Inaf, nel quale trovare anche un’ottima pagina didattica in pdf  (per capire come con poca trigonometria sia possibile misurare la distanza terra-sole a partire dalla misura sperimentale dell’angolo di parallasse) e infine la pagina web dedicata al transito.

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La sfida della complessità

27 Mag. 2012 | categoria Automi, Sistemi Complessi, caos, libri | Leggi tutto | Nessun commento

Il tema della ottava edizione del Carnevale dei libri di scienza è “un libro nel mio destino”, uno di quei libri che ci hanno fatto dire “io da grande farò…” e che hanno lasciato un segno nel nostro cammino professionale.

“La sfida della complessità” potrebbe essere un buon candidato per il carnevale, anche se è stata una mia lettura non così precoce: ero già in tesi all’Università. Però è un libro che mi ha aperto mondi concettuali sconosciuti, dato il suo carattere interdisciplinare. Me lo portavo sempre dietro! Aprivo la borsa et voilà faceva capolino – e rima – la sfida della complessità. Infatti è tutto rovinato, dalla copertina sbiadita fino alle pagine piene di sottolineature e annotazioni a matita (a volte anche a penna).

Le lezioni che questo libro mi ha lasciato sono tante e diversificate sia dal punto di vista dei contenuti, come ho già detto, sia da quello metodologico (come affrontare cioè il lavoro dello scienziato, come porsi di fronte a un problema, ecc.) sia filosofico.

Più che essere un libro vero e proprio con un capo e una fine è una raccolta di saggi, un groviglio di interventi su un campo della scienza che si occupa di sistemi complessi. La lettura quindi può essere affrontata a partire da un capitolo qualsiasi, l’approccio è “in parallelo” e non “in serie”, anche se una introduzione iniziale fa da sommario per tutti gli interventi, in modo da creare una mappa per il lettore. I curatori Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti infatti scrivono «Questo libro richiederebbe forse non una ma molte presentazioni, visto che molteplici sono stati i modi, i problemi, le preoccupazioni, gli scopi che ci hanno portato a costruirlo, e visto che molti sono i modi in cui, ora che è pronto, si presenta da sé. Molti e differenti sono gli stili che concorrono, talvolta anche contrastandosi, a definire la sua identità, identità per altro in divenire, divisa, più disposta – speriamo – a non perdersi e a ridefinirsi nei problemi, nei dubbi, e nei bisogni di ogni lettore, che a difendersi (e a difenderci) come risposta, come filosofia sistemata.
Del resto è proprio il tema che annoda sottilmente i molteplici fili conduttori e le diverse vie di accesso a questo libro che non può essere definito in modo sistematico e univoco. Non ci si può accostare alla complessità – ci ricorda Edgar Morin all’inizio del suo testo – attraverso una definizione preliminare. Dobbiamo seguire percorsi differenti. Non c’è una complessità ma delle complessità: non c’è una via d’accesso privilegiata alla complessità, ma piuttosto molteplici vie della complessità».

Mi piace il titolo perché la sfida si può vincere come perdere, è uno slancio verso l’ignoto, è un’esplorazione, in accordo con quello spirito di avventura tipico di chi ama la scienza e la costruisce. Mi piace la ricchezza dei temi trattati, degli approcci diversi perché lo rende un testo vivo, un “testo di testi” che sia Borges sia Italo Calvino avrebbero amato (Calvino è morto nel 1985, lo stesso anno di pubblicazione del libro…). Mi piace perché ha immagini, schemi esplicativi e poi perché ha alla fine le biografie di tutti gli autori in modo da avere un’idea di chi scrive, e per uno studente è importante anche perché può informarsi sui centri di ricerca esistenti al mondo che si occupano della complessità.

Il primo saggio che ho letto è molto probabilmente quello di Francisco Varela a pagina 141 intitolato “Complessità del cervello e autonomia del vivente” perché la mia specializzazione e passione è Biofisica ma anche perché a pagina 147 c’è una favolosa immagine di un automa cellulare (l’argomento della mia tesi di laurea)! Ma un automa particolare e cioè un automa chiuso ad anello. Per parlare dell’articolo di Varela ci vorrebbe un altro post. L’unica cosa che posso fare è consigliarne la lettura. Inizia parlando di cibernetica per entrare nel cuore concettuale dei sistemi complessi, delle reti dei sistemi interconnessi, con la “chiusura operazionale” dove “le conseguenze delle operazioni del sistema sono le operazioni del sistema, in una situazione di completo autoriferimento”; con la nozione di “creazione di senso” che emerge dall’operato del sistema stesso. Varela, a proposito del suo approccio filosofico della relazione fra osservatore e mondo, fra oggetto e soggetto, sulla natura della conoscenza, scrive: «La causa che io difendo è quella di una via di mezzo che non si spinga né all’estremo della Scilla di un oggettivismo che richiede un mondo prestabilito di qualità da rappresentarsi, né all’estremo della Cariddi di un solipsismo che nega completamente le relazioni con il mondo. Dobbiamo comportarci come abili navigatori che trovano una rotta diretta proprio nel mezzo, dove si incontra la co-emergenza delle unità autonome e dei loro mondi. […] Non è questione di opposizione o di guerra fra il sistema e il suo mondo, né di vedere chi ne esce vincitore. Dal punto di vista dell’autonomia e della produzione di un mondo, il mondo e il sistema nascono nel medesimo tempo». Come non pensare al racconto “Il mondo guarda il mondo” di Palomar di Italo Calvino? Infine Varela aggiunge «Questo approccio basato sulla via di mezzo è un approccio di tipo molto pratico. Entra direttamente nel laboratorio, per suggerire nuovi progetti sperimentali e per delineare un programma di ricerca per i manufatti artificiali. Si dovrebbe però osservare che questo paradigma, dal momento che ci fornisce una conoscenza completamente differente riguardo alla natura della conoscenza e riguardo al modo in cui comprendere i sistemi complessi, possiede anche moltissime implicazioni sociali ed etiche. Ci dice in particolare che il nostro mondo e le nostre azioni sono letteralmente inseparabili, per cui dobbiamo rinunciare alla ricerca di un solido punto di riferimento, sia esso situato all’esterno o al l’interno. […] Credo fermamente che il tipo di orientamento epistemologico e scientifico qui proposto possa svolgere un ruolo positivo per mitigare le varie forme di dogmatismo che infestano ovunque il nostro mondo, e che con tutta plausibilità ci possono condurre alla distruzione reciproca». Bè, effettivamente è una lettura ideale e formativa che “lascia il segno” in una laureanda in fisica, no?

Oltre al testo di Varela, hanno avuto grande influenza sulla mia formazione culturale anche i saggi “Cibernetica ed epistemologia: storia e prospettive” di Heinz von Foerster, “Complessità, disordine e autocreazione di significato” di Henri Atlan,L’approccio della sinergetica al problema dei sistemi complessi” di Hermann Haken (la mia tesi di laurea era su un laser…) che ho riletto molte volte. Ma anche tutti gli altri autori hanno lasciato un segno, da Edgar Morin, Ilya Prigogine, Stephen J, Gould o Douglas R. Hofstadter, ecc. Un segno che è sfociato in ulteriori letture e meditazioni.

Ultima ma non meno importante riflessione è che anche per il mio attuale lavoro l’approccio sistemico è una chiave per affrontare al meglio la quotidianità e la progettualità: la scuola infatti è un sistema complesso che auto-crea cultura e mondi tramite reti relazionali che variano in continuazione. Non sono certo io a dirlo ma gli autori di “Viaggio nella complessità”,  Alberto F. De Toni e Luca Comello.

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  • Francisco Varela è purtroppo scomparso prematuramente nel 2001. Ho scritto in quell’occasione un articolo per la rivista on line erewhon a questo indirizzo.
  • Il premio Lagrange e la sfida della complessità della fondazione Crt (Cultura, Arte e Istruzione).
  • Un’introduzione alla complessità sul sito del ComplexLab che dal 2005 è “il più visibile e autorevole ambiente di lavoro collaborativi italiano sui temi della complessità”.
  • Infine anche il libro “Goedel, Escher e Bach” di Hofstadter è stato un testo molto importante per la mia formazione. Ho una presentazione/recensione realizzata con Prezi a questo indirizzo.
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Numbers

20 Mag. 2012 | categoria Arte, Matematica, Matematica applicata, cinema, equazioni, libri | Leggi tutto | Nessun commento

Se c’è un appuntamento che non mi perdo in questo periodo è senz’altro la serie Numb3rs su Rai4, dal lunedì al venerdì.
In classe ho studenti che hanno visto già tutte le puntate e altri che invece non la conoscevano ancora: mi sono sentita di consigliarla vivamente. Prima di tutto perché è un ottimo esempio di come la narrazione sotto forma di piccolo giallo possa prestarsi ad argomenti “ostici” come quelli matematici e cioè di come l’arte del cinema (o del telefilm) sia un canale perfetto per abbracciare la scienza, senza però snaturala o renderla una caricatura di se stessa piena di luoghi comuni. Uno dei due protagonisti infatti, Charlie, è un giovane professore di matematica che aiuta il fratello Don dell’FBI a risolvere alcuni casi particolarmente difficili. Charlie utilizza le sue conoscenze e competenze di matematica e le applica volta per volta nel campo investigativo e legale. Il personaggio del matematico è costruito con fedeltà, perché è un essere umano come tutti gli altri, con una vita normale, ma che ha il dono di avere una grande passione per quello che fa. La passione infatti mi sembra essere il motore che spinge Charlie ad affrontare i problemi e a immergersi nel mondo dei numeri trovandoci sempre nuove risorse. L’aspetto “nozionistico” è molto curato, ogni frase relativa alla matematica è corretta e ha il pregio di far conoscere allo spettatore aspetti e campi della materia poco conosciuti. Per chi desidera approfondire proprio questo aspetto, consiglio il libro di Keith Devlin e Gary LordenIl Matematico e il Detective” (Longanesi ed. 2008). Gli autori sono rispettivamente Executive Director al Center for the Study of Language and Information della Stanford University e professore di Matematica al California Institute of Technology di Pasadena e Lorden è il principale consulente matematico della serie televisiva. I numerosi capitoli del libro affrontano argomenti che vanno dal data mining alle tecniche di ricostruzione delle immagini, dall’inferenza bayesiana al test del Dna o delle impronte digitali e alla tecnica delle ondine per codificarle, fino alla Matematica delle reti per combattere il terrorismo internazionale. A proposito di terrorismo, Lorden afferma di essere stato più volte chiamato a lavorare, in veste di matematico, per i servizi segreti e ci assicura che le tecniche usate stanno contribuendo attivamente contro la lotta al terrorismo, anche se per ovvi motivi di segretezza, non si è potuto dilungare sull’argomento.

Ho solo forse una perplessità sul telefilm e cioè che Charlie, a quanto mi risulta, riesca sempre a risolvere i casi con grande soddisfazione di tutti. Insomma, è vero che a volte fallisce, ma poi riesce a correggersi e così il “lieto fine” è assicurato. Saranno forse esigenze drammaturgiche, però credo che l’applicazione della matematica nel mondo reale non sia sempre così vincente e soprattutto veloce, infatti Charlie realizza algoritmi in meno di una notte e crea statistiche da insiemi enormi di dati con il solo aiuto di un paio di amici…
Tornando al libro, nell’introduzione gli autori, a proposito di chi obietta che non si può usare la matematica per combattere il crimine, puntualizzano che “si può usare la Matematica per risolvere i delitti e le forze di polizia lo fanno davvero, ovviamente non in tutti i casi, ma abbastanza spesso da fare della Matematica un’arma potente nella lotta senza fine contro la criminalità”.  A scuola abbiamo sempre bisogno di trovare esempi di casi reali ai quali applicare le teorie matematiche che studiamo, quindi un telefilm e un libro di questo tipo rappresentano una fonte attendibile e – perché no? – anche piacevole e divertente.

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Leggere in classe

29 Feb. 2012 | categoria Didattica, libri, pedagogia | Leggi tutto | Nessun commento

Mi ricollego al discorso molto interessante di Barbara Scapellato sull’utilità di raccontare storie di scienza in classe e soprattutto del fatto che bastano solo 15 minuti. È vero, non si “perde” troppo tempo e si guadagna molto sia in termini di possibile aumento di interesse e motivazione da parte degli studenti sia della loro percezione del mondo della scienza, per avvicinarli di più alla “realtà” sociale, psicologica, storica e metodologica dei processi scientifici.

In questi anni ho raccolto alcune esperienze di lettura in classe, anche se sono state proprio sporadiche, purtroppo… vedrò di renderle invece una buona pratica d’ora in poi! I buoni propositi sono una delle caratteristiche vincenti del lavoro dell’insegnante, no? ;-)   Affiancherò così le letture in classe con quelle a casa (perché la lettura è anche un momento intimo irrinunciabile) insieme agli altri “esperimenti culturali” quali la visione di spettacoli a tema scientifico, di film interi o di brevi spezzoni video e le visite alle mostre interattive e agli science center, ecc. ecc.

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Leggere in classe a volte è un successo insperato a volte un fallimento totale, dipende dalle classi (?) dal momento, dal tipo di libro (?), dalla giornata (?), chi lo sa! Parto con i fallimenti, o almeno quelle che a me sono sembrate esperienze di lettura fallimentari. L’idea era bellissima e infatti la abbiamo realizzata l’anno scorso in una calda giornata di maggio o aprile e le ultime due ore (dalle 12 alle 14) siamo andate ai giardinetti a fianco della nostra scuola (dove c’è anche il campo sportivo) per un “pic nic della fisica”: abbiamo mangiato e chiacchierato, insomma tutto bene. Poi avevo annunciato che avrei letto qualcosa da I dieci esperimenti più belli, mancavano venti minuti alla fine delle lezioni e così ci siamo sedute all’ombra sulle sedie di plastica messe ad anfiteatro. Ho iniziato a leggere ma tre ragazze hanno incominciato ad agitarsi a ridere con piccoli urli… insomma pare che fossero attaccate da insetti, da piccole mosche che le mordevano e le disturbavano irrimediabilmente. Non c’è stato nulla da fare, le altre compagne erano abbastanza irritate nei loro confronti, le guardavano male e allora io per non creare inutili inimicizie ho interrotto la lettura. Purtroppo a volte bastano anche poche persone a rovinare il clima, soprattutto quando le classi sono numerose e ormai ho tutte classi da 30 studenti, più o meno. Il numero elevato è sicuramente un problema, ne sperimento ogni giorno le difficoltà. Anche l’età forse conta, ma la classe in questione era un quarta (liceo indirizzo sociopsicopedagogico), con anche studenti maggiorenni. Non mi andava di rimproverarle, di obbligarle ad ascoltare, mi sembrava paradossale! Doveva essere un momento di piacere e non di obbligo, si doveva instaurare la “magia dell’ascolto” e se ciò non è successo tanto vale accettare la sconfitta, anche se riguardava solo tre alunne e tutte le altre invece sembravano interessate. Forse ho scelto il momento sbagliato e avrei dovuto iniziare il pic nic con la lettura e non finirlo, chi lo sa… quest’anno magari provo così, se avrò l’occasione di fare un altro pic nic.
Un secondo momento “fallimentare” riguarda però un unico studente di qualche anno fa (sempre in una quarta liceo ma di indirizzo scientifico, quindi con ragazzi abbastanza grandi). Di solito faccio leggere in classe dai ragazzi Il Copernico di Leopardi anche perché la parte del sole è divertente (va interpretata in maniera molto svogliata, con il sole che si rifiuta di muoversi…) e anche quelle delle ore del giorno è curiosa, insomma parliamo di Leopardi: il dialogo è un piccolo capolavoro della letteratura italiana! Lo ho fatto interpretare anche in un incontro di quest’anno su letteratura e scienza all’Università della Terza età e ovviamente ci siamo molto divertiti e ne abbiamo discusso. Tornando alla lettura in classe, mi sono accorta che nel mentre un ragazzo non guardava i compagni che leggevano ad alta voce ma aveva il capo chino sul libro di Chimica… non lo ho ripreso perché mi sono accorta che teneva il libro aperto sul banco in maniera provocatoria, proprio per incitare un mio richiamo, una sfida che mi sono ben guardata di raccogliere. “Se non vuoi ascoltare è un problema tuo” ho pensato guardandolo. Lui ha visto che lo guardavo e ha continuato a ripassare Chimica. I compagni vicini si sono accorti e penso si siano vergognati per lui perché hanno continuato ad ascoltare il dialogo ignorandolo.

In una classe prima invece quest’anno ho ripreso subito chi faceva tutt’altro invece di ascoltare la lettura. Insomma, dipende dalle situazioni: da ragazzi di quarta liceo mi aspetto un atteggiamento più consapevole mentre a quelli di prima mi sento di doverglielo ancora “insegnare” anche perché sono molto più irrequieti e vedono tutto quello che non è lezione “convenzionale” come un momento per fare altro (tanto poi non interrogo su quello che si legge, no? E poi siamo nell’ora di matematica e non in quella di italiano, no?).

Visto che ho parlato della classe prima (indirizzo linguistico, ebbene sì le mie cattedre sono molto varie! Il mio Istituto ha molti indirizzi e mi sembra comunque una ricchezza…), continuo: quest’anno a settembre ho dato loro da leggere a casa Il meraviglioso mondo dei numeri di Alex Bellos con la scadenza per la lettura le vacanze di Pasqua. Il programma di prima inizia con i numeri, allora ho preparato una lezione con la Lim con un po’ di storia della matematica e abbiamo letto in classe l’introduzione da Il libro dei numeri di Conway e Guy. Ogni studente leggeva un paragrafo dedicato a un numero e alla sua etimologia e poi si decideva insieme quale delle tantissime informazioni lette “conservare” annotandola a turno sulla Lim; è stato molto interessante: a un certo punto abbiamo deciso di scrivere noi altre parole che etimologicamente nascevano da ogni numero…
Un altro successo di lettura è quando in occasione del pigreco day si legge in classe la poesia di Wislawa Szymborska: ho degli studenti che partecipano al laboratorio teatrale della nostra scuola e che leggono sempre con molta cura la poesia.

Alla fine dell’anno scorso quando ho assegnato i compiti di Fisica per le vacanze estive nella prima scientifico è stato molto bello osservare come è cambiato l’atteggiamento degli studenti alla notizia che davo loro da leggere un libro! Dividerei il processo nelle seguenti fasi:
1) reazione alla notizia: esclamazioni del tipo “O noo” con espressioni stupite/incredule/disperate quasi sotto shock. Mi chiedono subito “di quante pagine?”
2) quando faccio passare i libri fra i banchi (dovevano scegliere un libro da leggere fra La fisica del Miao e La fisica del bau di Monica Marelli) espressioni positivamente stupite “ehi!” notano le figure, le descrizioni degli esperimenti ecc.
3) Mi chiedono “possiamo rifare gli esperimenti?” e io rispondo “sì, certo” ecc.
4) Inizio a leggere un capitolo: ascoltano, si divertono, mi guardano sorridendo. “In fondo non è così terribile” sono tutti rincuorati.

L’episodio di successo che ricordo con maggiore vividezza è la lettura del primo capitolo di Lo stano caso del cane ucciso a mezzanotte sempre alla fine dell’anno e sempre in previsione di un compito di lettura per le vacanze estive (era una classe di terza liceo delle scienza sociali). A leggere è stata una studentessa seduta sulla cattedra. Fin dalle prime frasi è calato subito il silenzio. Finito il primo capitolo io volevo interrompere la lettura, ma loro hanno voluto leggere anche il capitolo successivo!! Alla fine purtroppo è suonata la campanella.

Concludo con un interrogativo per me ancora irrisolto. È già capitato due volte che in classe uno studente mi abbia detto che ha letto il romanzo La solitudine dei numeri primi che io non ho particolarmente apprezzato; la prima volta la studentessa mi ha detto che il libro la aveva innervosita e io, capendola in pieno, ho annuito. La seconda volta però è successo quest’anno nella quarta scientifico e più di una studentessa mi ha detto che lo aveva letto e che le era piaciuto tantissimo. Ecco, la mia reazione è stata titubante, ho detto “davvero? E perché” ma poi il discorso è finito lì… Il problema è “come parlarne in classe?”, come condurre una discussione sia sul piano letterario sia su quello scientifico? Forse non dovrei esserci solo io, avrei bisogno dell’aiuto dei colleghi umanisti. Finché ci si ferma alla lettura in classe tutto può funzionare o meno, ma quando assegno i libri da leggere a casa, come posso “sfruttarli” in classe? Sono anni che assegno da leggere i libri a casa “e basta” al massimo chiedo se è piaciuto… ho sperimentato solo le seguenti “ricadute didattiche”
1) gli studenti preparano un approfondimento sul libro letto (Matematica mio terrore o Flatlandia o La fisica delle ragazze o La fisica della domenica…) al posto della domanda nuova nell’interrogazione e così poi io assegno il voto a tutta l’interrogazione (anche oggi in quarta psicopedagogico ho interrogato e gli approfondimenti erano sulla catarifrangenza e sulla iridescenza, tratti dai libri della Marelli)
2) durante le vacanze estive, dopo aver letto il libro, “lo studente dovrà esercitare la propria creatività per comunicare al resto della classe a settembre un argomento trattato nel libro. Potrà realizzare una presentazione in power point oppure un video o una fotografia con didascalia oppure una recensione o potrà scrivere una poesia, un racconto, un fumetto, un dialogo… si potrà inventare un esperimento… potrà realizzare una breve lezione ecc… L’importante è che il lavoro sia accurato dal punto di vista scientifico e originale”. Come ho scritto nel programma di fine anno della prima scientifico dell’anno scorso. Hanno realizzato esperimenti, presentazioni in power point, relazioni cartaceee e video molto belli :-)

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